Venerdì, 11 Settembre 2020 10:33

E adesso fuori la verità

A maggio 2017 partì su Corsano un’inchiesta per corruzione e turbativa d’asta che coinvolse l’ex sindaco del Comune di Corsano, Ing. Biagio Martella, il Dirigente dell’Ufficio Tecnico del Comune di Corsano Arch. Antonio Bleve attualmente ancora in servizio e una serie di presunti complici e faccendieri locali. Su questa inchiesta io ero all’epoca persona informata dei fatti.

Il 3 maggio 2017 venni raggiunto da una chiamata da parte del Consigliere Regionale Antonio Trevisi il quale mi diceva che il Segretario Generale del Comune di Corsano dell’epoca, Pierluigi Cannazza, lo aveva chiamato per dirgli di farmi rimuovere dei manifesti che chiedevano una semplice spiegazione pubblica all’andazzo della gestione comunale. Cannazza ha lasciato il Comune di Corsano a giugno di quest'anno.

Pochi giorni dopo quella telefonata, posto che i manifesti restarono li dove erano, venne avviato dal Cannazza un procedimento di revoca di una concessione alla mia associazione per la gestione di un Bene Pubblico, procedimento poi confermato ad ottobre. Su questa revoca pendono oggi un ricorso al TAR di Lecce e procedimenti penali per abuso d’ufficio, calunnia, falso materiale commesso da pubblico ufficiale, false dichiarazioni all’autorità giudiziaria e falso ideologico.

Sempre su questa revoca, pende anche un altro procedimento, per il quale L.M. di Corsano è ancora a processo per Diffamazione su richiesta di rinvio a giudizio eseguita dalla PM Elsa Valeria Mignone, PM responsabile di altri procedimenti importanti contro una certa criminalità in Provincia di Lecce tra i quali quello sulle discariche interrate lungo il tracciato del fantomatico progetto di raddoppio della SS 275. Quei procedimenti furono avviati anche grazie alla segnalazione di alcuni volontari, tra cui il sottoscritto. È bene ricordare che il progetto di raddoppio della SS 275 era stato definito dal nuovo dirigente di ANAS, Armani, “uno schizzo di inchiostro su un pezzo di carta”, schizzo d’inchiostro costato però ai contribuenti ben 5.000.000 di euro. Per comprendere meglio di cosa stiamo parlando, quel progetto ebbe un’altra definizione emblematica da parte di un altro soggetto inquietante coinvolta nelle oscure vicende dell’ANAS, Antonella Accroglianò, che la definì la “vergogna delle vergogne”.

Sull’andazzo delle discariche, sempre la PM Mignone (ancora una volta è bene ricordare perché non sono purtroppo cose che capitano spesso in Salento), aveva anche fatto indagare ex sindaci e imprenditori (anche di Corsano), non esimendosi dallo “strigliarli” coraggiosamente in pubblico su quanto accaduto.

Ora, nell’autunno 2018, in un incontro a Taurisano tra simpatizzanti del fù M5S, alla mia domanda su come mai in 3 anni di “opposizione” in Consiglio Regionale, i fantomatici portavoce (o “portaniente” come oggi qualcuno li chiama) grillini, non erano riusciti a contrastare come si doveva la gestione dei rifiuti targata Emiliano (che poi era ed è la stessa di quella Vendola che a sua volta era la stessa di quella Fitto), sempre il Consigliere Regionale Antonio Trevisi rispose: “e che vi devo dire, che ci sono magistrati di Lecce [in Procura si intende] che hanno la casa abusiva a Porto Cesareo?”. Li per li rimasi un po’ colpito dalla risposta, che nulla ci azzeccava con quanto da me chiesto, ma restando quella una esternazione meramente generica e non conoscendo io certi retroscena, non ci feci caso più di tanto.

Il 13 gennaio 2019 uscì l'articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno in merito al rinvio a giudizio del giovane di Corsano per diffamazione (su richiesta, come detto prima della Mignone). Il 20 febbraio 2019, con uno strano tempismo, venne presentata una interrogazione parlamentare da parte del M5S su un presunto abuso edilizio relativo a una abitazione proprio a Porto Cesareo e proprio legata alla PM Mignone.

La prima cosa che mi balzò agli occhi nel leggere l’articolo fu che nessuno dei portaniente salentini era firmatario dell’interrogazione, così mi sentii con Nicola Morra, Presidente della Commissione Antimafia, per chiedere spiegazioni, presentandogli tutto il contesto e facendo presente che si trattava di un suicidio per una forza politica che si diceva presidio di legalità sul territorio e che faceva della giustizia la sua bandiera più grande. Morra si dimostrò preoccupato non tanto del grave contesto generale in cui si inseriva l’episodio, quanto piuttosto di cercare di mettere una pezza sopra alla vergogna di quel gesto e quando gli dissi chi era il primo firmatario, mi rispose “ora parlo io con Emanuele” (Dessi si intende).

Appena due giorni dopo, dopo che anche i legali della PM avevano chiarito la situazionel’interrogazione fu ritirata e la cosa passò in cavalleria, bhe, non per me però e sicuramente non per quei milioni di italiani che hanno creduto in un cambiamento che ora vedono ogni giorno allontanarsi sempre di più.

Dunque, ammenoché Dessì dal lontano della sua Frascati non sia un collezionista di visure catastali salentine degli anni ’60 o roba del genere, il M5S ha il dovere di fare pubblicamente il nome di chi localmente ha passato certe informazioni (tra l’altro ridicolamente scomposte) a Dessì e di far sapere pubblicamente il perché sia stata fatta un’operazione del genere che, fosse tentato dossieraggio o banale bimbominkismo, resta comunque un indicatore molto chiaro di che cosa sia diventato oggi quel grande sogno di Giustizia in cui hanno creduto milioni di italiani.

(In foto "Giustizia fra gli Arcangeli Michele e Gabriele", di Jacobello Del Fiore, 1421)